mercoledì 17 settembre 2014

La sofferenza

Quando poi la sofferenza batte alla nostra porta, allora con maggior veemenza noi vorremmo il miracolo, e invece, novantanove volte su cento, il miracolo non avviene.
Ed ecco che la nostra fede traballa, non riusciamo più a vedere il disegno di Dio, la nostra mente si riempie di domande insolubili.
Perché avviene questo? Perché Dio permette la sofferenza? Allora a che serve la fede?
La risposta è difficile, ma anche semplice: la fede non ci libera automaticamente dal dolore, ma ci aiuta a capirlo meglio, a dargli un significato di risurrezione.
Lo so, è difficile, specialmente quando dobbiamo pagare di persona, ma il Venerdì santo non fu facile neppure per il Signore.
Il suo grido così umano: « Passi da me questo calice » è indicativo di una tragedia che sfiorò anche lui, quella del dubbio prima dell'accettazione.
Anche il Signore dovette pagare il prezzo necessario, e fu prezzo di solitudine, di sangue, di abbandono.
In termini umani, il suo Venerdì santo fu la apparente, ma completa e spietata tragedia di una missione fallita, ma senza di essa non ci sarebbe stata la Pasqua, cioè la lieta rinascita della vita e della speranza.
Il dolore, la prova sono duri, ma scavano dentro di noi, scandagliano e preparano la profondità della gioia.
Tutta la vita è, in fondo, un problema di misterioso equilibrio: per avere bisogna pagare, per possedere Dio bisogna trovarlo anche quando sembra sfuggirci, per camminare nella pace, bisogna essere passati attraverso la sofferenza.
Il dolore è uno scandalo momentaneo perché la fede gli dà una prospettiva infinita.

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